Complesso Monumentale di Sant' Antonio  - Antico Ospedale

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Cenni storici

La conservazione e la valorizzazione del patrimonio storico e ambientale, significa recupero della qualità della vita: un progetto per il futuro della città nel rispetto del passato.

La cura e l’attenzione verso il centro storico, sono da sempre forti elementi che esprimono il grado di civiltà di una città e dei suoi abitanti: civili in quanto riconoscono, apprezzano e tutelano i valori storici e culturali che nel corso degli anni hanno trasformato la città.

L’attuale via Giuseppe Manno, già dal XV secolo “S’arruga” e “Sa Costa” o “Carrer de Sanct’ Anthoni”, dalla Chiesa e Convento omonimi, continua storicamente a definire il punto di raccordo tra i quartieri storici Castello, Stampace, Marina e Villanova.

 

L’edificio religioso, esistente già dal Medioevo (sec.XIV), apparteneva all’Ordine dei Cavalieri di S. Antonio di Vienne, e si ha notizia della trasformazione del complesso monumentale, nella prima struttura ospedaliera di Cagliari già dal XV secolo.

 

Alla conclusione del Concilio Tridentino si deve l’incentivo alla fondazione di Ordini e Confraternite destinate alla cura degli infermi: in quest’ottica si deve leggere l’esistenza dell’ordine degli Spedalieri di S.Giovanni di Dio, noti come Fatebenefratelli.

 

Il Portico di S. Antonio era in realtà, sino al 1850 circa, un percorso interno privato, di collegamento tra la Chiesa e il Convento prima e la Chiesa e l’Ospedale poi, reso pubblico in seguito al trasferimento degli ammalati al “Nuovo Spedale”, attuale San Giovanni di Dio, costruito secondo il progetto dell’ Architetto Gaetano Cima, uno dei più importanti esponenti dell’architettura ottocentesca a Cagliari e dell’intera Regione.

 

I locali dell’antico Convento, poi Ospedale, furono destinati a edificio scolastico: prima l’Istituto Tecnico P. Martini, poi la Scuola Media G.Spano e infine l’Istituto D.A. Azuni sino al 1992. 

Dal 2005 al 2009 sono stati effettuati importanti interventi di restauro e destinato ad ospitare l' Ostello della Gioventù, primo ostello di Cagliari, affiliato all'Hostelling International, Hostel Marina.

 

La lunga storia di questa parte  di Cagliari, si lega con la Piazza S. Sepolcro (sino al 1800 area cimiteriale della Marina), delineando una immaginaria triangolazione che tocca il complesso Chiesa e Convento di S. Teresa (oggi Auditorium ed exLiceo Artistico), sino alla Parrocchia di S.Eulalia (con il relativo Museo) per poi raccordarsi alla chiesa di S. Agostino.

 

I cagliaritani veraci, chiamano ancor oggi “Sa Costa”, l’attuale via G.Manno : segnava, sino al secolo scorso, un sentiero inciso sul costone del Castello, che costituiva a nord la cinta difensiva del quartiere Marina, assicurando il collegamento con le campagne di Villanova, attraverso la Porta Liapola (o la Costa, poi Villanova), tra Piazza Martiri e Costituzione, con il quartiere degli artigiani di Stampace, attraverso Porta Stampace (o dell’Angelo, o di S. Antonio), posta all’imbocco di Piazza Yenne (detta S.Carlo), ed il Castello attraverso la Porta Castello o Cagliari (o dei Leoni) sulla sommità della via Spano.

Il primo edificio che sorse su questa disabitata strada fu l’antico ospedale di S.Antonio e l’annesso Convento e Chiesa. (XIV-XV sec.)

Due chiese, furono le altre costruzioni che si allinearono sui fianchi de Sa Costa”ara: nel 1590 S. Caterina, ricco e attivissimo Tempio, sede dell’Arciconfraternita dei Genovesi (distrutta dai bombardamenti del secondo conflitto mondiale, l’area è attualmente occupata dal fabbricato dove è situato Zara, mentre la chiesa intitolata ai SS. Giorgio e Caterina, è oggi nella via Scano), e sotto gli spalti del Castello, nel 1703 fu edificato il Convento e la Chiesa delle Monache Cappuccine.

 

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Farmacie e caffè-offellerie, avevano molte cose in comune ed offrivano alla clientela tonici ed elisir ricostituenti, bibite rinfrescanti e tamarindi contro la dissenteria ed il mal di gola; si spiega così come la farmacia di S.Antonio, già erboristeria del vecchio ospedale, reclamizzava queste bevande con vistosi annunci: è stata inoltre la prima farmacia con servizio notturno e di guardia medica, ostetrica e fornitura di ossigeno e ghiaccio.

Si rammenta che Cagliari, in seguito all’Unificazione del Regno d’Italia, smise di essere Piazzaforte Militare nel 1866, quindi tutte le costruzioni che vediamo ai lati della via Manno e la Piazza Yenne, addossate alle mura, fanno parte dell’espansione extramoenia (fuori le mura), che si sono perpetuate per tutta la seconda metà dell’Ottocento, mentre si orientava lo sviluppo della città bassa: la costruzione del Municipio sancisce il definitivo abbandono del Castello quale quartiere politico e amministrativo.

 

 

La sistemazione del Largo Carlo Felice e della via Roma ai primi del XX secolo, apre l’espansione della città a occidente, verso il Borgo di S. Avendrace, attraverso il viale S. Pietro (oggi viale Trieste) ed a oriente, con la via Sonnino verso i colli di Bonaria e Monteurpinu , sino alle espansioni del dopoguerra in direzione di San Benedetto e Piazza Giovanni XXIII.

Dal 1834, il completamento della “Strada reale”, cioè l’attuale 131, che prende l’avvio dalla Colonna Miliare di Piazza Yenne, conferì tale importanza alla via Manno, che diventò la principale entrata nella capitale del regno, attribuendo un sempre maggior peso alla via, riconosciuta come il centro commerciale dell’isola.

 

I negozi costituivano non solo un richiamo per la clientela, ma anche per gli “assidui”, cioè amici e parenti, conoscenti e notabili della città che, amanti della conversazione, trasformavano vari locali in circoli che costituivano la loro tappa quotidiana.

Ma facciamo un passo indietro, l’Ospedale di S.Antonio, affidato inizialmente all’Ordine religioso degli Antoniani, poi gestito dall’autorità pubblica dal 1534 al 1630, venne infine governato dai religiosi di S. Giovanni di Dio, o Fatebenefratelli sino al 1858, anno in cui entrò in funzione il nuovo complesso del Cima.

Era diviso in tre reparti, per uomini, donne e malattie veneree, conteneva una quarantina di posti letto per poveri militari e trovatelli; prestavano la loro opera un chirurgo e cinque medici, mentre per le altre mansioni generalmente si ricorreva all’opera dei detenuti comuni o all’Inquisizione.

Per il sostentamento del nosocomio si attingeva da oblazioni pubbliche, da rendite e lasciti di privati cittadini. Era universalmente in uso, che i malati di lebbra e scottature in via di guarigione offrissero un animale, mentre i nobili e i ricchi offrivano un maiale affinché i frati, col lardo ricavato, potessero curare i malati indigenti.

 

Dai disegni dell‘architetto Giuseppe Viana (addetto all’Amministrazione dell’Artiglieria sabauda dal 1700 ed allievo di Benedetto Alfieri), conservati all’Archivio di Stato di Torino, si evidenzia l’intervento piuttosto articolato relativo all’ampliamento dell’Ospedale.

Il progetto non fu mai eseguito integralmente, ma si ipotizza sia stato utilizzato come traccia per ripetuti interventi, effettuati tra il 1773 e il 1776, nella spezieria e nelle stanze del refettorio.

Nei disegni del Viana è possibile riconoscere la distribuzione degli ambienti dell’ospedale preesistente al 1773: il pianterreno è occupato, oltre che dalla chiesa e dal portico, da botteghe lungo la “Costa”, dalla spezieria nel portico, e da una serie di locali adibiti a servizi, posti a quadrilatero intorno ad un cortile con un pozzo.

L’ingresso principale dell’ospedale era situato dopo la rampa di scale, all’inizio del portico, mentre una porta “rustica” immetteva nei servizi.

Al piano superiore è l’ospedale con i servizi di infermeria, l’appartamento dei religiosi e il teatro anatomico; al secondo piano continua la clausura dei frati, con il noviziato e la scuola di medicina.

 

La spezieria ha un ingresso per il pubblico e uno diretto con l’ospedale, gli spazi per gli infermi erano costituiti da un vasto camerone con i letti disposti perpendicolarmente alle pareti e con un grande altare, in posizione centrale, visibile da tutte le parti. 

In seguito al trasferimento degli ammalati nel nuovo ospedale, il fabbricato venne diviso in tre porzioni e venduto a privati, mentre la parte meridionale interna al cortile, fu adibito a scuola pubblica: da una carta relativa al piano terreno del fabbricato dell’ospedale di S. Antonio a Cagliari, della seconda metà del XIX sec. (Archivio storico del Comune di Cagliari), è possibile individuare l’area venduta ai privati, oggi occupata da due palazzi.

 

Nella facciata del palazzo attiguo alla Chiesa è inglobato il Portico e in quello adiacente sono visibili le volte dell’originaria costruzione. 

A questo ospedale pubblico venne poi ad aggiungersi, e funzionò sino al 1831, quello per i soldati di tutta l’isola, nello stabile oggi del Comando Militare di via Torino e negli anni antecedenti, Convento dei frati minori osservanti di S.Rosalia.

La loro farmacia ed erboristeria oltre alle tisane, decotti e rimedi a base di erbe che i frati attingevano dal loro orto, era famosa per l’unguento di S.Rosalia, considerato miracoloso perché capace di guarire in breve tempo le ferite più infette.

 

Un’altra erboristeria, poi sede della farmacia Todde, esisteva in via Barcellona, angolo via Dettori, in grandissimi locali e ricca di mortai, alambicchi e quant’altro necessario a confezionare tisane, decotti e medicinali. Furono quindi queste tre strade e una piazzetta a formare il primo “presidio sanitario” della città.

Dalla via Manno, scendendo i tredici gradini del Portico di S. Antonio e percorsa la cinquantina di metri di pendio del porticato, dirimpetto  ingresso dell'Hostel Marina, è ancora visibile in alto una nicchia che accoglieva una immagine della Madonna e, al di sotto, vi era la cosiddetta “ruota degli esposti”, con affianco un campanello; la madre che non voleva riconoscere o allevare il neonato, lo deponeva la dentro allontanandosi dopo aver avvertito i religiosi con una scampanellata, ed il trovatello passava sotto la protezione del frate, chiamato familiarmente “padre degli esposti”.

 

Nel portico si possono inoltre osservare dodici stemmi medievali, risalenti al XIII secolo.

La chiesa di S. Antonio, sebbene in forme differenti dalle attuali, esisteva già in epoca medievale.

Nei primi decenni del settecento, fu completamente ricostruita, per essere consacrata nel 1723: l’interno della chiesa ha un unico spazio a pianta centrale mistilinea, coperto da cupola ottagonale, con sei cappelle radiali, inquadrate da paraste composite , voltate a botte e con un presbiterio.

L’importanza della chiesa non deriva solo dai suoi pregi artistici, sino al secondo conflitto mondiale, era tappa d’obbligo per i nuovi vescovi: all’arrivo in città, dopo breve sosta a Bonaria, raggiungevano Sa Costa, indossati quindi i paramenti pontificati, accedevano processionalmente in Episcopio e prendevano possesso della carica.

 

La chiesa di Sant’Antonio era inoltre sede dei Gremi, sin dal 1600, quello dei sarti e dei carradori, più tardi si unì il Gremio dei bottai, fu la chiesa dove si celebravano il Natale e la Pasqua con maggiore solennità che altrove.

La particolare ubicazione, fece si che le cerimonie nuziali, battesimi, comunioni e cresime, erano nelle aspirazioni di tutti officiarle in Sant’Antonio, e diveniva occasione per un’immensa bandierata da Piazza Martiri a Piazza Yenne, un coro di voci, un effluvio di incenso, una passerella, un palcoscenico di eleganza, ma anche un esplosione di fede: le note del magnifico organo tubolare composto da 5 canne 27 registri, infondevano letizia in tutta la via, ed i giovani fucini, facevano a gara a tirare il mantice che azionava l’antico strumento.

 

La chiesa fu sede anche sede del Circolo di Azione Cattolica: varie le manifestazioni tenute anche nell’attiguo Portico, o ospitate nelle vetrine dei negozi, come mostre di quadri, libri, intagli, lotterie, sottoscrizioni, mentre i locali “con gli alti soffitti a botte ed archi di possente mole”, sottostanti la chiesa sono conosciuti, già prima del 1863, come il teatro di S. Antonio per spettacoli dialettali.

La via Manno in quel tempo, non essendosi ancora formato quel filare di case addossate alle mura del castello, recava un enorme spiazzo sotto gli spalti del Balice utilizzato anche per le esecuzioni capitali (Bastione di S. Antonio, attualmente occupato dagli edifici dell’ Università di Cagliari e dall’ex Seminario Tridentino). Questa grande distesa pareva sorvegliata da due leoni: due teste di marmo incastrate sull’arco della Porta di accesso all’Università, conosciuta come Porta Castello o “dei leoni” (o Porta Cagliari).

Nella festività di S. Antonio si riscontravano alcune espressioni locali; in quei giorni gli accessi alla via Manno venivano sbarrati dalle bancarelle delle fiere dei giocattoli, dei dolci e dei finimenti per animali, ed il traffico dei carri e carretti veniva vietato.

Sotto la guida della Confraternita d’Itria e dei negozianti della via Manno, si premiavano i proprietari che meglio avevano adornato i loro animali, i gradini della chiesa diventavano un palco naturale dove, a rassegna conclusa, avveniva la distribuzione dei premi.

 

Considerato che il Santo è protettore degli animali, il 17 gennaio, via Manno era un pullulare di cavalli, cani, uccelli, buoi e caprette, tutti infiocchettati e multicolore : per ricevere la benedizione si disponevano “in ordine di garrese”, tutti attendevano, senza eccessiva irrequietezza, l’aspersione dell’acqua benedetta ; tutti i proprietari volevano che i loro amici animali fossero bagnati per preservarli dai malanni, dal malocchio e condurli al successo in competizioni e mostre.

Vi intervenivano al completo le compagnie miliziane, i reparti dell’esercito con gli ufficiali in testa, e nelle adiacenze non mancavano i banchi con la copertura di tela grezza, dove si vendevano fruccidos (bastoni appuntiti di olivastro), zirognas (nervi di bue), pittaiolus (sonagli per buoi e pecore) ordinagus (gioghi) indrollus (ornamento) e lorus (strisce di pelle per aggiogare buoi), cavezze, briglie, selle, some per cavalli e asini e quant’altro per ornare, ma anche per curare gli amici dell’uomo.

Molti congregati carradori avevano addestrato i loro cavalli ad inginocchiarsi al momento della benedizione,che avveniva con un triplice rullo dei tamburi e il rombo a salve dei cannoni del bastione. Partiti dai paesi in ora antelucana assistevano alla messa dell’aurora e, alla funzione serale rinsaldavano l’ardente fede al Santo per propiziare fecondità alla casa, alla famiglia, agli animali e fertilità della semina delle messi.

 

Durante le festività officiate nella chiesa di S.Antonio,  Sa Costa, assumeva un aspetto singolare, per la straordinaria animazione offerta dalla fiera di giocattoli e dei dolci, che faceva da contorno alle cerimonie religiose: invasa di baracche, panchette dei venditori e delle rinomante ed eleganti paradas, le bianche baracche di tela addobbate di tricolori di carta che esponevano torrone alla sarda e inargentati dolci del Campidano, in un aspetto quasi surreale, dovuto alla tenue luce delle candele di sego e alle lampade a olio che il popolino chiamava olio di pietra o di cisto, cioè una miscela di olio d’ulivo con quello estratto dal frutto del lentisco.

Festa di gratitudine e di speranza, ai pellegrini era offerto il mezzo per ristorarsi dalla sete da appositi serbatoi, alimentati dal pozzo fatto costruire dal padre Antonio Demelas. 

 

Cagliari, verso il 1750 contava diciassettemila abitanti e, cento anni dopo la popolazione era quasi raddoppiata: la mancanza d’acqua “divenne pena e tormento per tutti”, almeno sino al 1866, anno in cui fu messo in funzione l’acquedotto. 

Per bere era necessario che, coloro i quali non avevano la fortuna di possedere una buona cisterna, dovessero attendere, ogni mattina, il passaggio di un carro carico di una botte d’acqua che veniva distribuita a pagamento; questi carri giungevano in città, inghirlandati con fiori d’oleandro, frasche di mirto, lentischi e corbezzoli per indicare la provenienza dalla montagna e dalle sorgenti dei Sette Fratelli, di S. Gregorio, Monte Santo di Pula, ecc.

I numerosi Conventi sparsi per la città e dintorni, avevano grandi e capaci cisterne che venivano riempite con la pioggia: alcuni frati, come i cappuccini di Buoncammino o i Mercedari di Bonaria, lasciavano, durante l’intera giornata, i cancelli aperti affinché ciascuno potesse entrare e abbeverarsi dall’acqua della cisterna, situata al centro del chiostro.

Per gli usi comuni esistevano cisternoni, come quello sottostante la chiesa di S.Anna, quello sotto il bastione di S.Croce, un terzo era nelle vicinanze della chiesa di San Francesco in via Roma , un altro, in località La Vega, un ultimo (relativamente alla zona ) era denominato la “grotta de su stiddiu “ – Santu Illelmu (San Guglielmo) – vicino all’attuale Piazza d’armi.

Per concludere con l’acqua, occorre ricordare, che oltre ad essere venduta era anche sottoposta a tassazione indiretta; nei monti dell’interno dell’isola, d’inverno, veniva conservata la neve in appositi pozzi e poi rivenduta in città, dalla primavera all’autunno.

 

La strada dove abitavano questi venditori, e dove generalmente si svolgeva tale commercio, era anche denominata “S’arruga de is barbarixinus”. Presso Porta Gesus, cioè all’imbocco della via Cavour, di fronte alla Manifattura tabacchi, un grandissimo deposito di neve serviva esclusivamente le Farmacie e i bar cittadini.

Per una lettura storico-scientifica, con indicazioni bibliografiche e documenti d'archivio si segnalano gli scritti di Cecilia Tasca e Mariangela Rapetto

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Sant'Antonio Abate - Archivi della giust
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Interventi nel locale del Portico S.Antonio sottostante la chiesa  1993

Devono essere sistemati i materiali cartacei , scritti e immagini che riguardano l'intervento di risanamento e restauro dei locali sottostanti la chiesa.

Progetto per Officina Botanica, 1993, architetto M.Beatrice Artizzu.

Alcune immagini risalenti al 2005, inizio lavori di restauro per destinare ad Ostello della Gioventù

Alcune immagini risalenti al 2009, fine lavori di restauro per destinare ad Ostello della Gioventù